Divulgazione. Una battaglia che la scienza non può (e non deve) perdere.


(Nota: questo articolo è scritto “a quattro mani”: Davide e Valerio hanno unito i loro sforzi nel parlare di divulgazione e disinformazione, pubblicandolo sui rispettivi blog.)

Se c’è una cosa che la Festa della Rete, svoltasi a Rimini dal 12 al 14 Settembre (colgo l’occasione per ringraziare i 5.685 che mi hanno votato ed hanno permesso al mio articolo sulla LAV di concludere al terzo posto), ha insegnato è che la scienza non può permettersi di non fare divulgazione: affinchè tutti possano informarsi al meglio e per “vincere” quella che è una vera e propria battaglia contro la disinformazione.
L’articolo di Wired su Stamina dove si sbugiardava in pieno tutta la propaganda di Vannoni (portata in TV dalle Iene) ha vinto il premio come “Miglior articolo” e la stessa rivista ha trionfato come “Miglior sito tecnico/divulgativo”. La diatriba tra gli scienziati e le Iene sulla disinformazione, lanciata da Pro-Test Italia con una significativa manifestazione di fronte agli studi Mediaset di Cologno Monzese, ha vinto come “miglior polemica”, ed infine l’hashtag #iostoconlaricerca, lanciato dopo il “caso Simonsen”  ha raggiunto il quarto posto nella categoria “Miglior hashtag”.

Manifestazione di Pro-Test Italia a Cologno Monzese (MI)

Manifestazione di Pro-Test Italia a Cologno Monzese (MI)

Questi successi in una manifestazione con votazioni aperte al pubblico dimostrano che i cittadini hanno voglia di scienza ed hanno voglia di conoscenza: cercano, si informano, valutano, scelgono.
Eppure complottari e compagnia bella hanno spesso vita facile, per svariati motivi: qui  un articolo di Giulia Corsini mostra come sia facile creare confusione e, di conseguenza, disinformazione; visti i temi, è intuibile come non sia semplicemente una ricerca di qualche like in più sui social network, ma piuttosto una strategia abbastanza netta che tende ad “intorbidire le acque”. Non meno fondamentale per un complottaro è la sempre valida teoria della “montagna di merda”: l’energia che si deve impiegare per spiegare perché un complotto rappresenta un falso è immensamente più grande di quella che deve usare chi ha pensato il complotto (o i suoi seguaci) per ampliarlo. Pertanto, dati fallaci ma ben “confezionati” alimentano la montagna di cui sopra, in cui si deve spalare l’escremento per raggiungere l’evidenza logica: classico esempio è il “complotto” delle scie chimiche.
Sul versante della sperimentazione animale, tema perennemente caldo (fumante?) non si è messi molto meglio, anzi anche qui abbiamo un Everest di guano mica da poco. Basti ricordare l’episodio di qualche mese fa relativo allo stabulario dell’Università di Modena, in cui un gruppo di manifestanti ha tentato, in un sol colpo, di cancellare anni di ricerca scientifica prodotta da ricercatori definiti “sadici a cui piace infliggere sofferenza negli animali” . Dietro i manifestanti, tuttavia, c’è stata la mano del deputato 5 Stelle Paolo Bernini, che introducendosi nello stabulario ha confezionato un video che vorrebbe testimoniare il “pessimo stato in cui dei macachi vivono come carcerati all’interno dello stabulario della stessa università”.

Vero? Mica tanto. Dallo stesso Rettore dell’Università ad associazioni come Pro-Test Italia, si è seccamente smentita la montatura creata ad arte sul caso, ma tutto questo dimostra ampiamente come la più bieca propaganda abbia vita facile contro la razionalità, sfruttando l’effetto-valanga, in cui è sempre più difficile spalare. Ed in questi giorni più o meno la stessa cosa sta accadendo in Germania, al Max Planck Institute. Non è quindi un caso che si offra la propria fede a santoni “alla Vannoni”, piuttosto che affidarsi alle spiegazioni della scienza, per sua natura meno immediata e più complessa da comprendere appieno.
Ed allora è necessario che gli scienziati non si chiudano a riccio e che possano, invece, iniziare a comunicare in maniera forte i risultati delle ricerche effettuate. È necessario dire “la verità, vi prego, sulla scienza”, come ha affermato la Senatrice a vita Elena Cattaneo.

E la verità è anche questa: è stata sviluppata una molecola che limita la degenerazione neuronale e la perdita di volume del cervello nei malati di sclerosi multipla, a partire da una ricerca sui topi  e tramite immunizzazione dell’effetto sui ratti . Ma quanto di questo in Italia è arrivato? Questi sono risultati che non devono rimanere reclusi negli ambienti specialistici, ma diffusi, condivisi e spiegati anche alla “casalinga di Voghera”, con parole che possa comprendere e che la stimolino ad approfondire. Nessuno deve essere escluso, altrimenti il rischio di è dare ragione a video su Youtube o foto su Facebook, e di pensare che un’anestesia di una scimmia sia una tortura psicologica da vivisettori.

Vogliamo una scienza coinvolgente, che si possa “amare” o, quantomeno, cui si possa guardare con fiducia, in cui eventuali errori siano da stimolo per il miglioramento di modalità e tecniche. Più che giusto contestare la scienza, ma bisogna farlo a partire da una conoscenza quantomeno di base dell’argomento e non da posizioni ideologiche totalizzanti. In altre parole: la scienza offre risposte, ma dobbiamo essere in grado di porre le giuste domande.

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5 thoughts on “Divulgazione. Una battaglia che la scienza non può (e non deve) perdere.

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