Beneficienza boicottata. La LAV colpisce ma non affonda – da TheFielder.Net


La squadra di pallavolo Yamamay Busto Arsizio, presente nella Serie A femminile e campionessa d’Italia due anni fa, a rotazione, ogni settimana, s’impegna a donare parte dei proventi derivati dai guadagni durante le partite ufficiali ad associazioni non a scopo di lucro per la ricerca contro le piú svariate malattie. Il 15 marzo 2014, l’organizzazione scelta era la Pro Rett Italia, un’ONLUS che s’occupa di finanziare la ricerca contro la sindrome di Rett, disordine neurologico d’origine genetica che colpisce in particolar modo le bambine dal primo al quarto anno d’età.

Che cos’è la sindrome di Rett? Spiegazione ottima della malattia e dei suoi effetti la dà il dottor Delli Zotti, medico esperto in malattie rare: la sindrome di Rett impedisce alle bambine intorno ai 2 anni di compiere le normali attività quotidiane. Impedisce di camminare, di parlare e, spesso, d’usar le mani. Possono essere presenti, inoltre, sintomi come l’epilessia (nel 50% dei soggetti), la scoliosi e seri disturbi della crescita. Nella maggior parte dei casi, la sindrome di Rett deriva da una mutazione nel gene MECP2, che produce la proteina omonima.

Ma che cos’è successo a questa raccolta fondi? Il 19 febbraio, appare sulla pagina ufficiale Facebook della LAV Busto Arsizio (Lega antivivisezione) un post che invita al boicottaggio dei prodotti Yamamay e della squadra di pallavolo di Busto Arsizio, poiché essa finanzia il laboratorio di sperimentazione animale presso l’Università degli Studi dell’Insubria. Súbito monta la protesta, e arrivano, specialmente sui social network, messaggi minatòri da parte degli animalisti piú estremi nei confronti dei ricercatori stessi, etichettati — come spesso accade — come «vivisettori», dimenticando che la vivisezione in Italia è illegale da tempi remoti.

La squadra Yamamay Busto Arsizio, allora, decide d’annullare l’evento, per evitare polemiche, dopo un cospicuo mailbombing da parte della LAV e d’altre associazioni. Súbito dopo la notizia della rinuncia su Facebook, partono i cori di giubilo sugli stessi social network — dimenticandosi che, dopo questa rinuncia, non sono i ricercatori a perdere personalmente, bensí tutta la ricerca, e quindi le persone malate.

La ricerca sulle malattie rare, infatti, è esclusivamente sovvenzionata dalle raccolte di beneficenza: le case farmaceutiche non investono nello studio delle malattie rare, poiché il costo della sperimentazione supererebbe il guadagno dell’eventuale vendita del farmaco, essendo la clientela molto ridotta. Boicottare queste raccolte di beneficenza, quindi, distrugge ogni forma di ricerca, privando i malati e le loro famiglie d’ogni speranza — spesso concreta, come evidenziato dai successi ottenuti dalla Fondazione Telethon nella cura di varie sindromi, come quella di Wiskott–Aldrich.

La risposta dei ricercatori dell’Università dell’Insubria non s’è fatta attendere. I ragazzi hanno smontato punto per punto le teorie della LAV, precisando soprattutto che gli animali non vengono assolutamente torturati, ma anzi sono controllati e curati dai veterinari. Inoltre, la ricerca attraverso la sperimentazione animale per la sindrome di Rett non serve ancora a curare la malattia, bensí, in un primo tempo, a cercare di comprendere perché ci s’ammala — prima fase per lo sviluppo d’una cura. L’organizzazione Pro-Test Italia, inoltre, ha scritto una lettera al presidente del Consiglio Renzi affinché ci s’occupi al piú presto della questione del terrorismo animalista e non si permetta che per questi atti vi sia la piena impunità.

Che cosa c’insegna, questa vicenda? Intanto, che non bisogna abbassare la guardia. Il caso mediatico seguíto agl’insulti subíti da Caterina Simonsen per il suo appoggio alla ricerca contro le malattie rare s’è sgonfiato, ma le lotte dei terroristi animalisti continuano. Tra minacce di morte, boicottaggio d’eventi e incursioni all’interno di laboratori, essi vogliono raggiungere il proprio obiettivo: distruggere la ricerca in Italia. Tutti noi siamo esposti alle malattie; lo possono essere i nostri amici, i nostri parenti, i nostri figli. La paura di questi atti non può fermarci: la ricerca deve vincere, per noi e per tutti.

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